Nel dibattito pubblico il consenso viene spesso ridotto a un “sì” o a un “no”.
Una risposta netta, un atto formale, quasi una firma messa in fondo a un contratto.
Ma nella realtà emotiva, psicologica e relazionale delle persone — soprattutto adolescenti e giovani adulti — il consenso è molto di più: è un linguaggio complesso, che si impara, si coltiva e si pratica.
Non basta dire “bisogna chiedere il consenso”.
Serve educare a capire cosa significa davvero averlo, sentirlo, rispettarlo e soprattutto riconoscere quando non c’è.
Il consenso come competenza relazionale
Nella psicologia delle relazioni affettive parliamo spesso di “lettura del contesto”, “regolazione emotiva”, “empatia”, “comunicazione non violenta”: tutte competenze che sostengono il consenso.
Perché il consenso non è un atto isolato, ma una relazione in cui entrambe le parti sono presenti, libere, a proprio agio.
Il consenso è:
- Libero: Privo di pressione, manipolazione o coercizione.
- Continuo, non dato una volta per tutte
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Informato, non basato su pressioni
- Reciproco, non sbilanciato
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Reversibile, in ogni momento
Ma tutto questo non lo si impara “per istinto”.
Lo si impara attraverso educazione affettiva, esempi, conversazioni e pratiche quotidiane.
Per questo è necessario iniziare dalle scuole, quando la personalità relazionale si sta formando.
Parlarne nelle scuole è essenziale
Sembra un tema “da grandi”, e invece è un tema profondamente adolescenziale. Perché è proprio durante la crescita che impariamo:
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Come funziona un confine
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Come dire “no” senza sentirsi sbagliati
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Come chiedere rispetto
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Come ascoltare il disagio dell’altro
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Come riconoscere la pressione sociale
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Come distinguere il desiderio dalla paura di deludere
E mentre questo accade, c’è il corpo che cambia, la sessualità che emerge, le prime emozioni forti, il bisogno di appartenere al gruppo, il timore di essere giudicati.
Gli adolescenti devono avere strumenti, parole, esempi. Altrimenti imparano il consenso attraverso la cultura — e la cultura, spesso, insegna silenzi, ambiguità, confusione, ruoli di potere sbilanciati.
Parlare di consenso nelle scuole significa:
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Prevenire la violenza di genere
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Ridurre le dipendenze affettive
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Promuovere relazioni sane e rispettose
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Educare alla responsabilità emotiva
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Aiutare ragazze e ragazzi a sentirsi autorizzati a esistere, desiderare, scegliere
Il consenso non è solo protezione: è libertà.
I miti da smontare (e che creano enormi danni)
Durante i progetti che ho svolto nelle scuole, emerge sempre la stessa cosa: ragazze e ragazzi vivono ancora immersi in miti che impediscono una sana cultura del consenso.
Alcuni dei più diffusi:
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“Se non dice no, vuol dire sì.”
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“Se ha accettato una volta, accetterà sempre.”
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“La gelosia è una prova d’amore.”
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“Se non lo fai, perdi la persona.”
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“Le ragazze devono essere accomodanti.”
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“I maschi devono insistere.”
Questi messaggi — che la società trasmette ogni giorno — modellano il comportamento affettivo.
Il consenso come linguaggio del corpo, della voce e della presenza
Uno degli aspetti più importanti da insegnare è che il consenso non è solo verbale.
Il corpo parla: la tensione, la rigidità, il silenzio lungo, lo sguardo sfuggente, il respiro corto sono spesso segnali di disagio o incertezza.
Perciò il consenso è fatto anche di:
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Posture
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Pause
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Espressioni
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Tono di voce
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Distanza
E questa lettura non serve a “interpretare” l’altro — non dobbiamo mai interpretarli — ma a mantenere attenzione, cura e presenza.
Il linguaggio del consenso è fatto di continua verifica gentile:
“Va tutto bene?”
“Ti senti a tuo agio?”
“Posso?”
“Vuoi continuare?”
È semplice, ma cambia radicalmente l’esperienza.
Se vogliamo guardarlo in modo più profondo, il consenso è anche un atto spirituale di riconoscimento reciproco.
È dire: “Ti vedo. Mi vedo. E scelgo di non attraversare il limite che ti ferirebbe, anche se potrei.”
Il consenso è una forma di gentilezza radicale.
Una rivoluzione silenziosa nelle relazioni.
E allora? Da dove si comincia?
Si comincia dalle scuole.
Dai gruppi.
Dai luoghi in cui le identità si formano.
E poi si comincia da noi: da come chiediamo, da come ascoltiamo, da come rispettiamo i confini degli altri e i nostri.
Il consenso è un linguaggio: si può imparare, si può allenare, si può insegnare.
E una volta imparato, cambia tutto.
Goldfish - Henry Matisse (1911)
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